Milano 4 maggio 2002- documento presentato al termine di “Sconvegno: quali soggettività femministe oggi...”
La nostra esperienza è nata da uno spazio, dal corpo, dal disagio, dal desiderio. Quattro parole non necessariamente connesse da preposizioni, quattro elementi. Lo spazio è lo Spazio Antagonista Newroz, un luogo fisico, un assemblaggio di percorsi e di idee, un progetto, una resistenza e una proposta. Da lì veniamo, lì ci riconosciamo e lì abbiamo maturato spontaneamente l’esperienza di un percorso di genere. Questo percorso è nato dalla volontà di manifestare un disagio, il disagio di chi si oppone all’esistente, di chi soffre le imposizioni del potere, le catene visibili e invisibili, ma comunque pesanti e dolorose, dei diktat sociali, economici, culturali, etici ed estetici, un disagio che accomuna donne e uomini, che non ha sesso, o meglio, li ha tutti. Ma la manifestazione del nostro disagio ha preso corpo, il corpo delle donne. Abbiamo iniziato a lavorare ad una performance su/contro il carcere, e ci siamo ritrovate senza volere, solo donne. Questo ha fatto sì che, inevitabilmente, cominciassimo a riflettere sulla prospettiva attraverso la quale veniva gettato il nostro sguardo sull’esistente: una prospettiva di genere. E cominciassimo a riflettere sui modi ed il linguaggio che questa prospettiva porta con sé. Da lì il desiderio che l’esperienza della performance e della riflessione non fosse circoscritta ad un momento, ad una coincidenza (ma non era una coincidenza…), il desiderio di continuare a lavorare insieme, di confrontarci, di dialogare con noi stesse, con le altre, col mondo, attraverso le modalità individuate.
In questo contesto si inquadra la nostra presenza allo Sconvegno. Siamo venute per vedere cosa facevano le altre donne, come organizzavano la loro resistenza, la loro progettualità, come gestivano il loro ruolo all’interno di questo sistema, come cercavano, eventualmente, di decostruirlo, o di potenziarlo, o di combatterlo semplicemente.
Sapevamo che una riunione così eterogenea sarebbe stata, probabilmente, confusa, incerta, sbavata. Lo è stata: non è facile verbalizzare l’esperienza di sé, e l’esperienza politica di sé, accomunate dalla sola appartenenza allo stesso genere sessuale, senza un linguaggio comune, un percorso simile. Il fatto di appartenere biologicamente allo stesso sesso non costituisce di per sé affinità, il fatto di aver meditato sulla propria appartenenza ad un costrutto sociale (il femminile) non genera automaticamente un’unione. Non a caso si parla di femminismi, oggi. Avremo voluto, forse, che questi femminismi si esplicitassero maggiormente, che il confronto avvenisse a scapito dell’armonia di superficie, che le smagliature (generazionali, politiche, sociali) si aprissero, per fare spazio ad un discorso che facesse emergere il disagio di noi tutte.
Avremmo voluto che gli universi possibili, immaginati, progettati, fossero buttati come semi nell’assemblea. Meno autocoscienza e più incoscienza, forse, più coraggio di palesare le differenze reciproche, anziché barricarsi dietro una sorellanza fittizia, che marcando come unica differenza quella di genere, finiva per uniformare i due blocchi all’interno del solo discrimine uomo/donna. Femminismi, dunque, e donne. Donne diverse.
Ma i semi, in qualche modo, sono stati gettati; ci saranno altre parole, ci saranno altri momenti. Il presente incalza (la messa in discussione della legge 194 e l’attuazione, di fatto, della 194 oggi, il disegno di legge 4048 sulla procreazione assistita, il proliferare di discorsi da parte del potere sulla prostituzione e relativa regolamentazione, la normativa in materia di famiglia, la mercificazione, sempre più selvaggia, sempre più arrogante, del corpo femminile…) e sono necessarie controinformazione, mobilitazione, militanza. Ma è necessario, di pari passo, il dipanarsi di un discorso tra donne, che si opponga al discorso (discorso in quanto idea e linguaggio indissolubili) del potere, che ne spezzi la catena di riproduzione patrilineare e avanzi nuove istanze e nuove parole.
Aggiungiamo, in coda, il testo di presentazione dell’installazione sulla mercificazione del corpo che abbiamo presentato recentemente in città, qui a Pisa, dove siamo. Si tratta di un’installazione complessa (video, foto, collages di immagini), di cui il testo verbale non costituisce che uno degli stimoli, uno dei capi attraverso i quali dipanare il filo del nostro discorso. Non è un manifesto, quindi, ma un grido.
Noi dove siamo?
Siamo la lolita anoressica spalmata sulla vetrina della sisley, o la precaria spalmata sulla tastiera dodici ore al giorno?
Siamo la fotomodella sinuosa seduta accanto al guidatore di un’auto superaccessoriata, o la donna delle pulizie che litiga col cambio della panda?
Siamo la donna manager che usa il forno che poi si pulisce da solo, o la ragazza madre con il fornello a gas accanto ala culla?
Siamo due gambe senza peli e cellulite che si fanno massaggiare una volta la settimana, o due gambe con le vene varicose che trottano tra i tavoli di un ristorante per 4 euro l’ora?
Siamo quelle che grazie a uno zerinol non perdono: due lezioni di tennis, tre cene con gli amici e l’inaugurazione di una mostra, o quelle che abortiscono alle nove e alle undici vengono spedite da sole a soffrire a casa?
Siamo le letterine e le veline che espongono la loro merce sui banconi televisivi a 50 euro al minuto, o le prostitute che espongono la loro merce sull’asfalto a 20 euro a pompino?
Siamo quelle che basta una confezione di kindercolazionepiù per far balzare dal letto tutta la famiglia sorridente, o quelle che senza il prozac non riescono neanche a spegnere la sveglia?
Noi siamo quelle che vi infastidiscono, quelle che non hanno sempre i capelli a posto, quelle che sporcano gli assorbenti di rosso e non di azzurro…
LE VOSTRE ICONE SONO LA NOSTRA MORTE.
COLLETTIVO PEPPINA BAUSCH- PISA