ALCUNI SPUNTI DI RIFLESSIONE A PROPOSITO DI PROSTITUZIONE.
Questo tentativo di analisi, certamente inesaustivo e volutamente posto in maniera interlocutoria, nasce da numerose discussioni che il Collettivo peppina bausch ha intessuto negli ultimi mesi. Discussioni accalorate, scomposte, emotivamente partecipate, sgomente, arrabbiate, addolorate. Pensare (ancor prima che parlare di) la prostituzione significa entrare in relazione con una serie spropositata di luoghi comuni: dall'immagine degradata della prostituta, al pietismo manzoniano, alla compassione ipocrita di matrice cattolica; dalla confusione ideologica tra il concetto di libertà sessuale e quello di libertà di commercio, alla distinzione tra schiave del mercato del sesso ed imprenditrici di se stesse...c'è un assunto comune che tuttavia compatta gli sguardi di coloro che si accostano alla questione prostituzione, siano essi permeati di proselitismo cattolico o di emancipazionismo 'di sinistra': la netta separazione tra vittime della tratta e prostitute 'addomesticate', consenzienti. Questa distinzione esiste, nella pratica, ed è segnata da esperienze, percorsi di vita, vissuti quotidiani, percezioni della propria identità, indubbiamente diverse. Ma assurgere questa differenza (la schiavitù versus la scelta) a discrimine ideologico, a linea gotica attraverso la quale individuare manicheisticamente la sede del 'non si può' e quella del 'si può', finisce per diventare un ragionamento funzionale al potere, e connivente con esso. Schiave e addomesticate sono infatti vittime ed ingranaggi di medesime dinamiche di controllo sociale, medesime costruzioni di oppressione, medesime strategie di potere, medesimi meccanismi di riproduzione culturale. Combattere la prostituzione tout court, liberare le schiave e sciogliere le invisibili catene delle addomesticate, in nome di una sessualità reciproca, consenziente, consapevole, libera dalle leggi di mercato e dalle ingerenze del potere (siano esse economiche, etiche, estetiche...) è una battaglia che colpisce al cuore il sistema, una battaglia che deve scardinare luoghi comuni radicati, dinamiche stratificate nel tempo, pregiudizi calcificati, introiezioni individuali delle dinamiche repressive; una battaglia dalla quale usciamo tutte e tutti inevitabilmente contusi, dato che dobbiamo lottare prima di tutto con noi stessi, con le nostre paure, abitudini, fobie, con le coordinate sessuate della nostra esistenza.
C'è un minimo comune denominatore che uniforma gran parte delle riflessioni in merito di prostituzione: la constatazione della "naturalità" della prestazione a pagamento. Affermare che la prostituzione è "il mestiere più vecchio del mondo" (e quindi, in una qualche oscura misura, legittimato dalla storia), che è "impossibile da eliminare" (perciò, in una qualche altra oscura misura, avallato dalla natura umana) e quindi "necessario regolamentare", presuppone un sostrato interpretativo unico. Sostrato interpretativo che si appella ad un'entità sovra-determinata (la Storia, la Natura) per de-responsabilizzare la società rispetto a scelte ben precise.
Nessun rapporto inter-personale è "naturale". Nemmeno la maternità, il legame tra madre e figli*, risponde a codici immutati nel tempo ed immutevoli a seconda del contesto. Le relazioni tra persone all'interno di una società ri-specchiano e ri-producono i legami di potere, la strutturazione dei valori, l'impianto etico e sociale del sistema. Una società che ammette ed avalla implicitamente la necessità della prostituzione, un commercio sessuale unilaterale, che vede una divisione di ruoli stabilita in base al genere (LE prostitutE, che esse siano biologicamente donne o trans, e I clientI), rivela una manifesta interpretazione dei rapporti inter-personali in chiave gender. In questo senso la prostituzione finisce per rappresentare la potenzialità avanzata, il limite estremo del sistema di potere implicito al rapporto sessuale: una donna passiva ed asservita ad un desiderio sessuale maschile che si sviluppa a prescindere dal desiderio femminile, e che trova la radice stessa della sua soddisfazione nell'umiliazione della donna; o ancora, una donna soggiogata e stregata dalla potenza irresistibile del fallo, che gode ad essere umiliata, e la cui massima aspirazione, realizzazione, ed emancipazione risiede nel soddisfare il proprio continuo ed incontrollato desiderio sessuale.
Affermare che una modalità relazionale di questo tipo è inestirpabile dalla società significa ammettere quanto risponda a valori fondanti la società stessa.
Ridurre la questione della prostituzione al problema dello sfruttamento, paragonando la prestazione sessuale ad una qualsiasi prestazione lavorativa ed elaborando analoghe strategie di 'liberazione' e identiche rivendicazioni di garanzie, poi, ancora una volta ignora la radice del problema. Una certa sinistra illuminata, sorretta dalle speculazioni di un femminismo borghese e retrivo e dalle degenerazioni di uno pseudo-marxismo ottuso e a-critico, cavalca con decisione il tema della "scelta", asserendo che l'eliminazione della coercizione risolverebbe la questione. "Una prostituzione migliore è possibile", potrebbe essere il loro motto, allorché una donna 'sceglie' con tranquillità di vendere la sua prestazione sessuale, e può farlo in un ambito commerciale regolamentato e garantito. L'opposizione ad una simile opzione, a loro avviso, si inscriverebbe in un'etica bigotta e perbenista. Questa interpretazione è rafforzata dal sodalizio ideologico tra alcune intellettuali femministe e certe rappresentanti ufficiali dei comitati delle prostitute, e costituisce la base teorica che cementa e nutre gli slogan programmatici del “diritto alla prostituzione” e delle “libere scelte sessuali individuali”.
Ma considerare l'atto del prostituirsi equivalente ad una prestazione lavorativa, per cui, secondo un'analisi marxista, sfruttatore in senso classico è colui che estrae il plusvalore dal suddetto atto, è un ragionamento frutto di una grande mistificazione che consiste nel dare per scontato l'inserimento di un corpo (e della sessualità ad esso correlata) nel circuito delle merci, reificandolo.
E' assurdo, raccapricciante ed ipocrita attribuire neutralità alla prestazione sessuale; in questo caso, infatti, il termine 'sfruttamento' si carica di ulteriore senso, operando uno slittamento semantico: sfruttatore è anche e soprattutto colui che utilizza il corpo altrui assurgendo a diritto la necessità di sfogare i propri istinti, e contribuendo ad inserire quel corpo nel circuito delle merci.
In questo senso la posibilità di un' 'autogestione' della prostituzione appare evidentemente inapplicabile e paradossale: non si può autogestire lo sfruttamento
Ma vediamo di andare ulteriormente a fondo.
Parlare di 'libera scelta' da parte di un soggetto all'interno della società esprime una superficialità di analisi allarmante. Quale lo spazio della scelta in un tessuto d'azione e riflessione profondamente innervato da imput culturali, economici, etici ed estetici? Esiste un terreno esente da stimoli, una tabula rasa all'interno della quale maturare le proprie decisioni in totale autonomia? E, a prescindere dal corto circuito intellettuale che la questione-scelta solleva, come conciliare una simile affermazione con la realtà dei fatti, con la constatazione che la quasi totalità delle prostitute è costituita da donne povere e prive di cultura, disperate e senza risorse materiali e intellettuali? Qual'è lo spazio della scelta là dove preme il bisogno? Quale la libertà, dove manca la possibilità di sostentarsi? Infine, anche venendo meno il fattore della necessità economica, quale libera scelta può maturare in una società che ammette implicitamente la prostituzione come modulo di rapporti inter-personali, che fa della reificazione del corpo delle donne e del machismo i modelli vincenti e le immagini trainanti del marketing?
Paragonare la prestazione sessuale ad una qualsiasi prestazione lavorativa, poi, ancora una volta sposta l'asse del problema evitando una critica profonda al sistema. Lavorare in catena di montaggio alla Piaggio non è uguale ad offrire rapporti sessuali a pagamento, per il semplice fatto che nella nostra società l'atto di verniciare una vespa, in sé, può essere considerato in una certa misura "neutro", non caricato di valori e di implicazioni etiche e culturali. Allo stesso modo comprare una vespa non è uguale a pagare un pompino. Avere un rapporto sessuale, al di là del fatto che implica una messa in gioco del proprio corpo e della propria intimità molto più delicata di qualsiasi altra manovalanza, nel nostro sistema non è mai un fatto neutro. Il discorso sul sesso è uno dei discorsi che più proliferano nella nostra società: quanti rapporti sessuali hai, come li hai, se li hai e con chi li hai sembra la cartina tornasole del proprio posizionamento sociale e (con la vulgata di Freud alla "Duepiù" e la ri-programmazione dei cicli psico-analitici, psicologici e terapeutici) della propria indole profonda e soggettiva. Ritenere che l'atto sessuale di una prostituta possa magicamente elevarsi dal pruriginoso contesto della nostra società, e stagliarsi puro e neutro, nitido e pulito come un gesto privo di significato, semplice strumento di piacere, è la mistificazione più grossa che si possa proclamare in ambito di 'liberazione sessuale'.
La nostra società è costruita sul falso mito di una distinzione tra un ambito pubblico, regolamentato, disciplinato, sorvegliato - sorretto da un etica comune e condivisa sulla quale sono plasmate le scelte politiche - ed una sfera privata, individuale, libera, all'interno della quale si presuppone sia possibile una sospensione del giudizio etico collettivo e dell'ingerenza del sistema. Il sesso, le scelte sessuali, dovrebbero rientrare nella sfera privata. Di fatto questa distinzione non esiste. Non esiste palesemente, là dove le scelte sessuali di un individuo ledono una qualsiasi soggettività e ne limitano la libertà (pedofilia, stupro, molestie), ma non esiste neanche ad un livello più sottile, implicito, sotterraneo. La sessualità rappresenta uno dei comportamenti più disciplinati, controllati, sorvegliati, allusi, parlati della nostra società. Anche negli ambiti più puritani, apparentemente più oscurantisti nei riguardi del sesso, il discorso sul sesso si è sviluppato con pervicacia e prepotenza, innervando i comportamenti individuali, sollecitandoli, siglandoli fino ad ogni minima espressione. Come liberarsi da un simile fardello? Propagandare che gli uomini hanno bisogno, sempre e comunque, di sfogare i loro istinti, di trovare bocche culi fighe compiacenti (eventualmente a pagamento) alla loro maschia irruenza, esaltare un comportamento femminile che a-problematizzi questa visione della sessualità e si affretti a compiacere, con gusto ed altrettanta irruenza e insaziabilità (eventualmete a pagamento), tali 'bisogni', mette veramente in discussione il sistema? Scardina il sistema di potere, de-costruisce le dinamiche dei ruoli sessuali? Destabilizza l'ordine costituito? O piuttosto lo rafforza, rende ogni singolo membro della società uno zelante miles sexi che agisce in ogni momento (sul lavoro, quando compra un superalcolico o una macchina, o una prestazione sessuale, quando educa il proprio figlio e la propria figlia, quando si ritrova nel 'segreto' della camera da letto) riproducendo dinamiche funzionali al potere? Piuttosto propugna, per dirla con le efficaci parole di Foucault, “una sessualità economicamente utile e politicamente conservarice”?
Perché non ci domandiamo, invece, per quale motivo il sesso andrebbe comprato? Perché è un'esigenza, un'urgenza che, se non soddisfatta all'interno di dinamiche relazionali svincolate dal mercato, ha diritto sempre e comunque al suo sfogo? E per quale motivo tale urgenza (sempre che esista e non sia anch'essa un bisogno indotto, necessario a far girare un business ed a convogliare sui comportamenti sessuali alienazioni, frustrazioni, insoddisfazioni maturate dai soggetti in altri contesti) non trova la sua soddisfazione nell'ambito dei rapporti gratuiti? Cosa c'è di rivoluzionario nel rivendicare il diritto degli uomini a comprare sesso, ed il diritto di donne -e uomini- a vendere prestazioni sessuali? Non sarebbe rivoluzionario, piuttosto, auspicarsi (e lottare per) un mondo dove qualsiasi variante di identità sessuale, qualsiasi forma di sessualità, non aggressiva, non lesiva della dignità e della libertà altrui, possa essere considerata possibile, e non perversa, o malata? Un mondo dove la sessualità sia reciproca, consenziente, consapevole, libera dalle leggi di mercato?
I comitati per i diritti delle prostitute, sorretti da una certa sinistra ormai da tempo caratterizzata da un'assenza di conflittualità con i poteri forti, affermano di muovere le loro battaglie in nome della “libertà di autodeterminazione delle scelte sessuali”. Parola d'ordine assolutamente condivisibile, se non inquadrata all'interno delle leggi di compra-vendita. Autodeterminazione e diritto di commercio sono due concetti ben separati e distinti. La libertà non passa attraverso il mercato, nonostante la cultura neo-liberista si affanni ad affermarlo. Vendere prestazioni sessuali NON E' una scelta sessuale, è un'operazione commerciale, ed i due piani, in ogni contesto, sono distinti. Al di là del fatto che vendere un corpo, come più volte ribadito, non è come vendere un libro, dire che il commercio di prestazioni sessuali è una scelta sessuale sarebbe come dire che vendere un libro è di per sé una scelta culturale, ma il libro in sé è una scelta culturale, chi lo vende è un commerciante che, principalmente per suo profitto, opta per promuovere questa o quella scelta culturale. E sappiamo bene che l'opzione del commerciante non può andare in una direzione di rottura con il sistema vigente e lo status quo, pena l'assenza di profitto.
Ciò da cui occorre liberarsi, invece, è il modello di rapporto inter-sessuale che presiede la prostituzione, ma che regolamenta i rapporti anche all'infuori di essa, sono i ruoli imposti dalla società al femminile ed al maschile, ruoli che sanciscono le dinamiche di potere e di asservimento in chiave gender e che riproducono una cultura (ed un modello economico) sessista e brutale.