IL CAFFE’ DELLA PEPPINA di GIOVEDI’ 21 FEBBRAIO 2002.
(veramente abbiamo bevuto tè e mangiato focaccia….)
Ci siamo incontrate giovedì 21 febbraio (primavera in mare).
Il motivo per cui ci siamo viste è dettato dall’esigenza di parlare e confrontarci rispetto alla situazione politica (e legislativa) che va addensandosi intorno al ruolo della donna in questi ultimi tempi. Vogliamo iniziare a tracciare un percorso di discussione che, a partire dalle recenti (ma già germoglianti nel governo D’Alema) prese di posizione rispetto all’aborto, al divorzio, alla prostituzione, comporti un’analisi più complessiva ed ampia sul ruolo della donna delineato da questa società, e sui nostri possibili spazi di riflessione ed intervento.
Mica facile…
Quello che abbiamo di fronte è: da una parte la donna-oggetto sessuale, elemento sul quale si esercita la repressione, e che diventa strumento della repressione stessa, dispositivo attraverso il quale il disciplinamento (sociale e sessuale) si riproduce (il modello femminile esibizionista e passivo serve a regolare il comportamento delle donne e degli uomini, orientandone i gusti sessuali, le modalità relazionali, l’immaginario e le aspettative), dall’altra la donna-moglie/madre, supporto della famiglia, modello di una sessualità etero e finalizzata alla procreazione, e di una relazionalità monogama.
Da dove partire per decostruire quest’impianto?
Un primo argomento sul quale dibattere e lavorare è risultato essere quello della mercificazione del corpo femminile, dalla sua accezione apparentemente meno violenta, cioè lo sfruttamento dell’immagine della donna (leggi: trasmissioni in tv con esibizioni sempre più pecorecce di nudità, spots pubblicitari altrettanto pecorecci ed al limite della pedofilia, esibizioni su quotidiani e periodici patinati…), a quella più evidentemente brutale dello sfruttamento del corpo (prostituzione), che sorgono comunque dallo stesso concetto di proprietà sul corpo femminile che avanza il potere fallo-logo-centrico: “la tua carne mi appartiene, come ogni emanazione di essa”.
A ben guardare la stessa rivendicazione di proprietà sul corpo femminile è quella che governa la concezione della donna-contenitore, madre suo malgrado, cui viene negato il diritto all’aborto, e della donna-sposa, eterosessuale e monogama, alla quale non è permesso gestire la propria esistenza (e la propria vita relazionale e sessuale) se non inquadrata nella famiglia, perno della società borghese e patriarcale.
La gestione di quest’istanza da parte del potere apre tuttavia delle aporie interne alle stesse logiche dominanti. La contraddizione più evidente emerge dalla formulazione del concetto di “libertà di scelta”, illuministicamente propugnato come valore universale. Secondo questa concezione, se le prostitute non venissero portate coercitivamente sulla strada e costrette a prostituirsi, se autonomamente scegliessero il commercio delle loro prestazioni sessuali, il problema non sussisterebbe. Analogamente la “libera scelta” di Veline, Letterine, e fotomodelle fa sì che l’esposizione dei loro corpi sui banconi dei media non costituisca alcuna violenza.
La “libertà di scelta”, tuttavia, nella stessa società che la propugna, viene meno allorché una donna rivendica il proprio diritto a non essere madre e moglie.
Appare evidente quanto il concetto di “scelta libera” sia un costrutto fittizio e strumentale. Al di là della sua applicazione incostante e finalizzata (“sei libera di scegliere finché la tua scelta coincide con la mia imposizione”), è la stessa formulazione di possibilità di una libera scelta a costituire elemento mistificante. Infatti presuppone l’esistenza di uno spazio bianco, di un pensare antigravitazionale dove si possa fare tabula rasa dei diktat culturali, economici, etici, sociali, estetici cui si è state sottoposte per secoli, di uno scegliere “a prescindere da” il costrutto sociale attraverso il quale ci definiamo donne. Ma il potere, per definizione, non fornisce ai suoi soggetti gli strumenti per la sua de-costruzione. Dunque è necessario riflettere su questi elementi, arrivare ad una forte consapevolezza di tutti i fattori che convergono nel meccanismo dell’oppressione, ed organizzare una cultura antagonista che offra strumenti critici e avanzi propositività.
Abbiamo anche pensato a come cominciare ad uscire con le nostre elaborazioni, a diffondere le discussioni interne e coinvolgere altre donne nel nostro percorso appena abbozzato.
Il nostro primo progetto consiste nel creare uno Spazio Peppine, fisico e mentale, all’interno della tre giorni del Newroz (21-23 marzo 2002). In questo spazio avranno luogo: una mostra fotografica ed un’installazione/performance sulle icone della femminilità e un dibattito sulle tematiche sopra imbastite (ancora da definire).
Non abbiamo ancora stabilito la data e l’ora del nostro prossimo caffè.
PEPPINE UNITE CONTRO L’INQUISIZIONE.