Forum Sociale Europeo- Firenze 7 novembre 2002
A Firenze in questi giorni il movimento fa la ruota. Sciorina una miriade di workshop e seminari esercitando le sue capacità di analisi e di critica su svariate tematiche, dando prova spesso di acutezza e profondità, sfoderando ospiti di riguardo e tavoli di discussione gremiti e pluriprosepettici.
Ma a tanta ricchezza si contrappone una povertà ed una superficialità allarmanti, quando si spulcia disperatamente il programma alla ricerca di seminari e workshop che affrontino le tematiche gender. Un esile filo rosso dovrebbe unire i dibattiti del FSE sulle donne: “donne-uomini: conflitto necessario per un futuro comune”, parola d’ordine qualunquista, generica, in definitiva a-problematica. A dimostrazione della vacuità di intenti e del pressappochismo di analisi ecco le singole iniziative:
“Donne e sindacalismo: per una rete di sindacaliste europee”
“Identità delle donne nei Balcani + la condizione delle donne in Europa centrale”
“Donne migranti, rapporto nord-sud: quale politica?”
“Il corpo delle donne: attacco integralista all’autodeterminazione”
“Prostituzione tra schiavitù e scelta”
Fine.
I primi tre tavoli di discussione mostrano immediatamente come la questione sia affrontata individuando nel ‘femminile’ una sotto-categoria del genere umano. Parliamo di sindacalismo? Ecco le donne-sindacaliste. Conflitto nei Balcani? e voilà le donne-dei-Balcani. Rapporto nord-sud? Come se la cavano le donne-migranti in questo contesto?
E’ sufficiente aggiungere la parola “donna”, come fosse un suffisso, ad una serie di situazioni universali, per individuare le specificità gender. Appare evidente quanto questa analisi sia posticcia e riduttiva, come crei implicitamente una griglia dell’esistente neutra (che prende origine e si sviluppa a prescindere dai rapporti di potere sessuati, dal perpetrarsi del dominio maschile, dal controllo fallocratico e patriarcale sul soggetto donna) per poi diramarsi in una sorta di sotto-analisi in cui, improvvisamente, le differenze di genere si manifestano. La centralità, la essenzialità della questione sono negate in nome della particolarità e del contingente.
Manca una reale e chiara prospettiva di approccio che stabilisca con forza come le dinamiche sessuate di ri-produzione del dominio e del controllo siano parte integrante del sistema vigente, come il ruolo sociale costruito sul sesso biologico sia uno dei meccanismi fondativi della società globalizzata, come l’espropriazione del corpo delle donne sia patrimonio comune dell’integralismo occidentale e (medio) orientale.
Gli ultimi due workshop brillano invece, nella definizione, per ambiguità e, ancora una volta, parzialità. Di quale integralismo si parla? Di quello cattolico che in Italia, in questi ultimi anni, sta sferrando un potente attacco al diritto all’autodeterminazione delle donne attraverso la messa in discussione della legge 194 sull’interruzione di gravidanza e con lo sdoganamento di una legislazione etica ripugnante a proposito di procreazione medicalmente assistita? O piuttosto del solito spauracchio dell’integralismo islamico, vissuto dalle illuminate donne della sinistra progressista, come barbarie “altra da” le punte avanzate della ‘civiltà’ occidentale? Speriamo si tratti, piuttosto, di un dibattito che finalmente cerchi di mettere in luce i palesi punti di contatto degli integralismi, accomunati da uno stesso impianto misogino e sessuofobo, retaggio dell’organizzazione patriarcale.
Quale sarebbe, infine, l’ambito di “scelta” della prostituzione? E perché spettacolarizzare questo fenomeno e farne questione a sé, anzichè inquadrarlo all’interno di un’analisi complessiva sull’espropriazione fallocratica dei corpi delle donne?
Il panorama disegnato da questi seminari è frammentario, discontinuo, superficiale, posticcio. Le carenze di analisi del movimento sulle questioni gender emergono in tutta la loro desolante miseria. Il fatto di aver delegato alla Marcia delle Donne la maggior parte delle inizative in merito dimostra da un lato la pigrizia organizzativa, incapace di contattare le punte alte dei movimenti femministi attivi in Europa, e tutto sommato sorda ad istanze di questo tipo, dall’altro la refrattarietà del movimento, tutta italiana, ad assorbire la prospettiva gender come strumento indispensabile all’analisi del reale e come chiave di volta decisiva per scardinare i meccanismi di riproduzione del potere e le sue contraddizioni.
Di fronte a tutto ciò noi siamo doppiamente a disagio: nella “evoluta” società occidentale, come in questa kermesse che ci marginalizza. E siamo qui per sottolineare e rendere visibile questo disagio. Per attraversare fisicamente tutto il FSE, e portare in ogni luogo di discussione almeno il germe del dubbio. Schiavitù, o scelta?